Società / Il Ticino negli ultimi anni ha perso abitanti: al momento si tratta di un malessere demografico, ma a lungo andare potrebbe trasformarsi in un problema – Il professore di economia politica Vincenzo Galasso: «La mancanza di una vera specializzazione economica è penalizzante»
Il Ticino ha smesso di crescere. Di più: fra il 2017 e il 2019, il cantone ha perso abitanti. Il saldo naturale è ai minimi, mentre quello migratorio – per lungo tempo essenziale in termini di crescita della popolazione – non riesce più a chiudere le falle di un sistema fragile. Per ora, dicono gli esperti, si tratta di un malessere demografico. Un malessere che tuttavia – se la tendenza dovesse proseguire – potrebbe ben presto trasformarsi in problema. Perché dietro alle nascite, allo sviluppo delle nuove generazioni, c’è il benessere di tutti noi. E se i saldi legati a nascite/decessi e arrivi/partenze viaggiano costantemente con il segno meno, significa che prima o poi ne pagheremo il prezzo in termini sociali, economici, scolastici, politici. Per approfondire questa importante tematica, che interroga tutti noi, ci siamo rivolti a Vincenzo Galasso, professore di Economia politica dell’Università Bocconi, già docente all’Università della Svizzera Italiana e relatore al convegno – organizzato da Coscienza Svizzera – sulla sfida demografica che si terrà al campus USI-Supsi di Viganello il 22 e il 23 ottobre.
Le origini
Le radici di questo malessere sono profonde, scavano nella nostra storia recente e abbracciano la costruzione stessa del Vecchio Continente. Un’Europa che ha vissuto un incredibile boom demografico nel secondo dopoguerra ma che nel frattempo ha cambiato paradigmi economici e sociali.
«Le cause sono molteplici e diverse fra loro», spiega il professore. «Banalmente, una di esse è il passaggio da una società contadina a una industriale. Prima, i figli erano fonte di sostentamento per la famiglia e per la vecchiaia. Poi sono subentrati i sistemi previdenziali, che in qualche modo hanno soppiantato i figli nell’assistenza agli anziani. Lo scambio intergenerazionale esiste ancora, certo, ma ha assunto forme nuove. L’altro aspetto centrale, che successivamente al baby boom ha portato all’inversione della curva demografica, è l’occupazione femminile. In un primo momento questa conquista ha avuto un impatto sulla natalità. Ma è un problema oramai superato, basti pensare che oggi i Paesi nordici – quelli con alti tassi di natalità – sono anche quelli che hanno i tassi di occupazione femminile più elevati».
L’esempio del Sud
Ma quando si parla delle origini della crisi demografica c’è un altro punto da tenere in considerazione, ed è quello legato alla disponibilità di posti di lavoro e ai salari ad essi collegati. Vincenzo Galasso, per inquadrare il fenomeno, cita l’esempio dell’Italia del Sud.
«Un tempo il Mezzogiorno era la locomotiva demografica del Paese, oggi è l’esatto opposto», sottolinea. «La mancanza di sicurezza economica fa sì che le persone rinuncino a metter su famiglia, almeno inizialmente». Un altro fenomeno interessante, anch’esso causa del problema demografico, riguarda una scelta intima. «Rispetto al passato, oggi le persone che – per scelta – non fanno figli, sono aumentate notevolmente», dice il professore. «Questo, a grandi linee, è il quadro generale che ha portato alle criticità che viviamo oggi in Europa, ma anche in Svizzera e in Ticino».
Gli squilibri
Sì. Perché il Ticino, come visto, non fa eccezione. Anzi, a livello svizzero è uno dei cantoni messi peggio da questo punto di vista. E i rischi, in prospettiva, sono tanti. «Uno dei principali pericoli è il cosiddetto tasso di dipendenza degli anziani, il più importante indicatore demografico per l’economia», spiega Galasso. «Rappresenta il rapporto tra popolazione in età attiva e in età inattiva di uno Stato. Nel momento in cui aumenta il tasso di dipendenza, si creano squilibri economici sostanziali. Uno dei più rilevanti – a legislazione vigente, ovvero senza cambiare le regole del gioco – è legato ai sistemi previdenziali, che tendono a diventare più dispendiosi. Fino ad arrivare al punto in cui bisogna chiedersi come finanziare le pensioni. Di solito, si agisce aumentando i contributi sociali e le tasse. Parallelamente, però, si verifica una riduzione dell’offerta di lavoro, poiché entrano nel mercato generazioni numericamente più piccole di quelle precedenti. È un circolo vizioso, specie per le imprese». L’economia – negli anni – tende tuttavia ad adattarsi alla situazione demografica. E a questo proposito ci sono due visioni differenti sulle quali vale la pena soffermarci, come ricorda il professore.
«La prima è che i Paesi con più anziani – e il Ticino è il cantone con il maggior numero di persone in età avanzata rispetto alla media svizzera – saranno quelli in cui verrà utilizzata maggiormente l’automazione. Questo perché la forza lavoro mancante si soppianta con macchinari o capitali fisici. Ma non solo nel settore produttivo, bensì anche nella cura delle persone anziane. Tecnologie quindi al servizio della medicina e del supporto alla terza o quarta età. La seconda visione, invece, è più negativa. Un Paese vecchio non ha abbastanza risorse umane per attivare l’automazione. La spinta all’innovazione, alla ricerca, viene quindi meno».
La politica
Il ramo economico, dunque, subisce direttamente gli effetti del calo demografico. Ma non solo. Un territorio che si spopola, paga anche un prezzo politico. Lo ha chiarito un interessante studio pubblicato recentemente dall’università di Losanna: il Ticino, se gli scenari peggiori dovessero verificarsi, nel 2051 perderebbe due seggi su 8 in Consiglio nazionale.
«Negli Stati Uniti si era discusso parecchio di questa tendenza, anche se con sfumature diverse», ricorda il professore. «In base al censimento della popolazione, che avviene ogni 10 anni, vengono infatti ricalcolate le rappresentanze politiche alla Camera. Ci sono Stati che perdono seggi, mentre altri ne guadagnano. È vero che in America il discorso è più politico, si gioca infatti sui rappresentanti democratici e repubblicani. Ma il fenomeno, negli USA, è comunque dovuto a migrazione interna. Un fenomeno che, con le dovute proporzioni, ritroviamo anche in Ticino».
Le opportunità
Il tema, evidentemente, tocca le persone che partono dal nostro cantone per studio o per lavoro e non tornano più. La cosiddetta «fuga dei cervelli». «Chi abita in un cantone piccolo come il Ticino, spesso per poter svolgere determinate professioni deve trasferirsi nei grossi centri, a Zurigo o a Basilea. L’Università della Svizzera Italiana e la SUPSI provano a trattenere i giovani, ma da sole non possono bastare. È un problema, quello dei giovani che se ne vanno altrove, dal mio punto di vista difficilmente risolvibile nel breve-medio termine».
Inserirsi in un trend strutturale
Alla luce del preoccupante trend demografico in atto, viene da chiedersi fino a che punto l’economia ticinese – fatta di tanto frontalierato, terziario e un mercato immobiliare che sembra non fermarsi mai – possa sopportare i subdoli attacchi dello spopolamento. «La Svizzera ha un modello di economia molto particolare», dice Galasso. «Prende dall’estero due tipologie di lavoratori: i professionisti altamente qualificati e quelli a basso reddito. La Svizzera, anche grazie ai suoi salari, può permettersi di innovare e di progredire importando ‘‘cervelli’’. È un modello che funziona per la Svizzera interna, per città come Basilea, Zurigo o Ginevra, ma meno per il Ticino. Un cantone che non ha il tessuto produttivo e la grande specializzazione che invece possono vantare altre aree del Paese. E questo alla lunga è penalizzante, perché costringe i giovani a guardare fuori cantone, oltre San Gottardo. A Sud delle Alpi, per riassumere, si vive di situazioni estemporanee. Ogni tanto arriva e si insedia qualche grossa azienda italiana, magari per sfruttare gli indubbi vantaggi fiscali. Però – appunto – il Ticino per il momento non riesce a inserirsi in un trend strutturale consolidato, di lungo o lunghissimo periodo».
Nel peggiore dei casi nel 2050 perderemo il 7% degli abitanti
Pubblicato lo scorso maggio
L’Ufficio di statistica del Canton Ticino (USTAT) ha pubblicato nei mesi scorsi gli scenari demografici 2020-2050
per il cantone e i suoi distretti. Un documento molto interessante, che prevede – riassumendo all’estremo – tre scenari principali sulla base di numerosi fattori.
