La necessità di una riforma che rimetta ordine nel sistema, in particolare attraverso la riduzione dell’aliquota minima di conversione del capitale di vecchiaia, è riconosciuta da tutti. In questi giorni la Commissione della sicurezza sociale del Nazionale tornerà a chinarsi sulla proposta del Consiglio federale, che prevede l’adeguamento del tasso (dall’attuale 6,8% al 6% in quattro anni), accompagnato da un supplemento di rendita, a titolo di compensazione, per i futuri nuovi pensionati. Il punto controverso è proprio il tipo di compensazione. Nei primi quindici anni è previsto un supplemento a vita per tutti i neopensionati finanziato da un prelievo dello 0,5% del reddito annuo soggetto ai contributi AVS. Per le prime cinque classi di età il supplemento deve ammontare a 200 franchi al mese, per le successive cinque a 150 franchi e per le cinque ulteriori a 100. Spesa annua stimata, 2,9 miliardi di franchi. La Commissione ha già approvato, in via provvisoria, questa impostazione.
Ci sono però due punti dolenti. Il primo è che ci sarebbe una compensazione a «innaffiatoio», di cui beneficerebbero anche assicurati che non ne hanno bisogno. Alti redditi a parte, per molte persone la riduzione dell’aliquota di conversione non comporterebbe una riduzione della rendita, perché dispongono di un buon capitale sovraobbligatorio. Ciò permette già da tempo alle casse pensioni di praticare un calcolo misto con aliquote di conversione complessive inferiori al 6%. Il secondo problema è che finanziando questo supplemento con nuovi prelievi sui salari si introduce una sorta di «mini-AVS», vale a dire un ulteriore elemento estraneo al sistema, come il travaso già da tempo in atto fra attivi e pensionati. La fattura ricadrebbe soprattutto sulle giovani generazioni, costrette a pagare fino al termine della loro vita professionale. La presidente della Commissione di alta vigilanza, Vera Kupper Staub, ha detto che trova difficile voler fermare la ridistribuzione dagli assicurati attivi ai pensionati abbassando il tasso di conversione, se nel contempo si introduce un nuovo elemento che istituzionalizza questo travaso.
Sul tavolo della Commissione c’è un’alternativa, che inizialmente aveva riscosso consensi in campo borghese. L’hanno proposta l’Associazione delle istituzioni di previdenza (ASIP) e alcune organizzazioni economiche di categoria. Dovrebbero essere le singole casse a finanziare le compensazioni, attraverso i loro accantonamenti, e non gli attivi. Il livello delle rendite verrebbe garantito per dieci anni, ma solo per coloro che a causa della riduzione dell’aliquota al 6% rischiano di subire perdite. Costo annuo stimato, 1,8 miliardi di franchi. Secondo i promotori ci sarebbero riserve a sufficienza. Ma il dubbio sembra essersi insinuato negli ambienti politici che sostenevano questo piano B, soprattutto a causa dei problemi di finanziamento per le casse dotate di poco capitale sovraobbligatorio. Il nodo per una riforma migliore sembra difficile da sciogliere.
