Socialità / Consegnati gli attestati a una trentina di volontari formati nell’ambito di un progetto Interreg che interessa anche la Valle di Muggio – Mentre si discute di come integrarli nelle cure a domicilio, a Castello prende forma un laboratorio sociale
«La parte più importante è il contatto iniziale, quando c’è il contatto l’anziano si apre in una maniera che si potrebbero scrivere dei romanzi». Così Giovanni Ambrogini, presidente dell’ATTE Valle di Muggio e tutor di comunità, racconta il lavoro del tutor, una nuova figura di volontario pensata per andare in aiuto degli anziani che vivono in regioni periferiche. Una figura nata nell’ambito di un progetto interregionale che si è svolto in Valle di Muggio e in Valle Onsernone su lato ticinese e nel Verbano Cusio-Ossola su lato italiano e conclusosi sabato scorso con la consegna degli attestati ad una trentina di tutor. La cerimonia, un po’ in presenza e un po’ a distanza, ha avuto luogo a Mezzana nell’ambito del convegno «Restare in contatto, costruire ponti» organizzato dal Laboratorio di ingegneria dello sviluppo di Ponte Capriasca (LISS).
Nato dalle conclusioni di una ricerca che ha ascoltato bisogni e desideri di oltre un centinaio di anziani della Valle di Muggio, il tutor di comunità è un volontario formato che ha il ruolo di accompagnare e sostenere gli anziani residenti nelle zone periferiche attraverso l’uso mirato delle tecnologie per permettere loro una buona qualità di vita senza lasciare il proprio domicilio.
Un valore aggiunto
«Il tutor è una figura che svolge un ruolo importante e porta con sé un valore aggiunto nell’ambito dell’assistenza a domicilio» ha detto il direttore del Dipartimento sanità e socialità Raffaele De Rosa, che ha partecipato via streaming al convegno. «Si tratta – ha aggiunto – di persone capaci di avvicinare la figura umana e combattere l’isolamento». Come ha spiegato Laura, che ha appena concluso la formazione, «il tutor di comunità ha senso se la comunità se lo aspetta, se sa che c’è, e se le istituzioni sono pronte ad avvalersi delle sue competenze».
Se la cura non è sufficiente
Proprio il futuro, l’impiego e l’organizzazione di questi volontari sono stati i temi al centro della discussione. Come ha spiegato Gabriele Balestra, direttore dell’Associazione valmaggese e locarnese di assistenza e cura a domicilio (ALVAD) e vicepresidente di Spitex Svizzera, «i tutor di comunità, come tutti i volontari, sono utilissimi nell’ambito del mantenimento delle persone anziane e malate al proprio domicilio. Il problema è che oggi non esiste un’associazione che li rappresenti. Del tema – continua Balestra – si sta discutendo a livello cantonale e con gli altri servizi di cure a domicilio per capire come poter integrare questa figura». Qualche idea c’è già e la pandemia gioca il suo ruolo: «I servizi cure a domicilio prendono a carico un’utenza sempre più complessa – spiega Balestra – e la scorsa primavera la COVID-19 ci ha messo di fronte alla necessità di gestire a domicilio pazienti ospedalieri. Il problema è che la cura da sola non è sufficiente, ci vogliono anche l’accompagnamento e il supporto: è qui che potrebbe entrate in gioco il tutor di comunità».
A Monte si sperimenta
Accompagnamento e supporto che anche la politica comunale è in grado di garantire. È quanto si sta facendo a Castel San Pietro: il Comune ha infatti sostenuto un progetto sperimentale, realizzato dal LISS su mandato del Consiglio svizzero degli anziani, con l’obiettivo di sviluppare un progetto per migliorare la qualità di vita delle persone anziane nella frazione di Monte. «Il progetto dovrebbe essere pronto a dicembre – ha spiegato il capodicastero Territorio, ambiente e previdenza sociale di Castello Giorgio Cereghetti – poi verrà presentato al Consiglio comunale. L’idea è far diventare Monte un laboratorio sperimentale dove cercare soluzioni innovative per raggiungere un rapporto positivo tra la persona in età avanzata e l’ambiente naturale, sociale, culturale ed economico, che la circonda». Sono stati pianificati interventi puntuali di piccola entità ma «in grado di attivare le potenzialità del luogo». Tra questi, la posa di nuove panchine e il miglioramento della bottega di paese: tutti interventi che mirano a favorire lo scambio tra diverse fasce d’età. Scambio che, ha spiegato il direttore del LISS Dieter Schürch, racchiude proprio l’obiettivo del progetto. «Si tratta del contrario di quanto stiamo vivendo ora. Proprio la pandemia – ha detto – è un’occasione unica e irripetibile per capire l’importanza e il valore della solidarietà tra generazioni». Perché è vero che ora che ci è stata tolta, ne sentiamo la mancanza.
